Utente: elisina
Elisa, qui e là.

A noi piace

gli applausi a teatro, il rumore della pioggia sul tettuccio della macchina, il viaggio, i cieli azzurri e le nuvole dalla forma strana, l'odore dei colori ad olio, le macchine fotografiche, leggere il giornale davanti ad un caffè, le mongolfiere, le cartine geografiche, camminare a piedi nudi sull'erba, essere baciate insistentemente, le belle sorprese, le lettere, gli ombrelli colorati, le orchidee, dormire in due, sentire che tutto andrà bene. E molte altre cose.

A noi non piace affatto

sentirci deboli, piangere davanti a qualcuno, avere paura, le melanzane, i cattivi pensieri, i capelli che si arruffano, dormire da sole, le persone maleducate, avere i piedini bagnati, le brutte sorprese, ripetere lo stesso errore due volte, comportarci da stupide, gli addii, le nostre insicurezze, sentire che tutto andrà male.

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giovedì, 29 gennaio 2009

metafisica


Le volte in cui ti stai vestendo per uscire, ma ti viene una voglia infantile e irrimandabile di abbracciare tua madre, di farti fare una carezza, di sentire il suo profumo. E le volte in cui il tuo letto è troppo grande e vuoto, anche se in realtà è piccolissimo e il poco spazio esistente è invaso da una cagnetta pelosa che respira forte.
Queste volte mi piacerebbe avere tra le dita il segreto supremo del sentirmi grande.
Invece ho bisogno di stare in compagnia oggi, di sentire che ci sono, come se il relazionarmi mi rendesse un corpo, un peso, la consapevolezza di una quantità esagerata di cellule messe insieme in maniera discreta a formare me.
E' come se in assenza di questo io faticassi a sentirmi. Come il cagnolino nero di un quadro di Carrà.
Se qualcuno dorme con te, nell'accorgerti di essere scaldata e di scaldare, nel sentire le formichine che cominciano a correre sul tuo braccio che si è addormentato sotto al peso dell'altro, nel sentirti abbracciata, al sicuro, nascosta perchè più piccola, puoi davvero addormentarti serena. Perchè ci sei e ti sembra possa essere evidente anche al mondo.
12:11 | link | commenti (4)
martedì, 27 gennaio 2009

la saga degli psicopatici

C'è un improvviso vuoto, sopra alla libreria nera.
C'era un quadro, anzi, c'era una tela, fino a ieri.
Era girata al contrario, perchè una certa persona non potesse vederla, ma c'era ed era grande, occupava spazio, a suo modo faceva quasi rumore. Non lo trovavo bello, ma quel quadro mi era comparso in sogno esattamente così e quindi mi piace dire che se anche non è bello è colpa dei miei sogni, non mia.
Ora sta dove doveva stare da mesi, e sono contenta perchè mi dicono che ci stia bene.

Mi sono svegliata molto presto stamattina, sono stata in redazione dove ho perso tempo senza troppo fingere, e nel primo pomeriggio sono scappata da Feltrinelli per comprare dei libri e per farmi cullare un pò dall'odore di una libreria. Mi sono seduta su una poltroncina nera nell'angolo più remoto, tenendo tra le mani L'Idiota e i Buddenbrook, e sfogliando una rivista di musica. Ovviamente è subito entrato in scena lo psicopatico di turno, a distruggere questa mia pace tanto desiderata.
Nello specifico si trattava di un soggetto sicuramente affetto da disturbo borderline, poichè era pazzo ma non del tutto. Ha detto che era una vera fortuna trovare una-come-me sulla poltrona di feltrinelli, che inoltre somigliavo a sua cugina giulia che sta in missione in marocco e che non sente mai a parte una volta che gli è partita una chiamata mettendo in tasca il cellulare senza blocco, che lui sta assumendo sempre più il tono di voce di suo padre e che quindi a volte le persone si spaventano, che è un architetto, anzi no, che è un artista, e che al giorno d'oggi non si trovano più persone con cui parlare, e che lui è vedovo, anzi single, anzi solo, e che lui prova grande ammirazione per qualcuno che compra un libro grosso perchè ciò significa che nella sua testa ha veramente in mente di leggere (...).
E' andato avanti mezzora, intercalando tutto ciò con inquietantissime risate isteriche e inspiegabili e io continuavo stupidamente a sperare che sparisse nel nulla e che mi restituisse il silenzio. Quando ha cominciato a tirare fuori disegni fotocopiati e plastificati e a insistere perchè li guardassi, ho capito che non se ne sarebbe MAI andato, mi sono alzata dicendo "Arrivederci" e lui quasi allegro ha risposto "Arrivederci, e complimenti per la sopportazione!".

Cioè, se ne sei pure consapevole sei proprio stronzo.

Questa giornata noiosetta mi ha provata, stasera ho proprio bisogno di uscire.
17:17 | link | commenti (3)
lunedì, 26 gennaio 2009

La forma delle nuvole

La domenica è il giorno più bello dell'universo.
E se oggi là fuori splende il sole e fa ben sperare il pensiero che fra poco più di un mese possa appoggiarsi sulle labbra la bellissima parola marzo, ci sono ugualmente modi meravigliosi per far fruttare l'inverno. Dipingere aeroplanini di legno con i colori ad olio, dormicchiare e risvegliarsi, scattare fotografie che ricordino un pomeriggio morbido.
Ora, se guardo gli aeroplani azzurri decorati da professionalissime righe color magenta, mi accorgo che fanno venire voglia di partire. E fanno venire voglia di guardarli tracciare scie bianche nel cielo, e fanno venire voglia che sia marzo di già, e che si possa stare seduti sull'erba a giocare a quel gioco di immaginazione di cui abbiamo parlato tanto.

11:10 | link | commenti (2)
venerdì, 23 gennaio 2009

allegorie

L'altra notte ho sognato di mangiare un coniglio.
E' stato un sogno veramente di merda, e non tanto perchè io non mangio conigli, ma perchè questo coniglietto era piccolissimo e vivo, e se ne stava nel mio piatto, respirava, aveva il pelo morbidissimo bianco a macchiette nere. Io lo accarezzavo e lui si strusciava sulle mie dita. Non trovavo strano che lui se ne stesse nel mio piatto, anzi, mi pareva normale che poi la sua fine fosse essere mangiato. Ho avuto un dubbio, per qualche secondo, che non fosse giusto ucciderlo, ma c'era mia nonna che diceva qualcosa sul fatto che essere mangiati è il loro destino e io, senza pensarci, l'ho tagliato a metà, come si taglierebbe una zucchina. E in quel preciso momento, nel momento in cui lo tagliavo a metà, ho realizzato che lui era vivo, dannazione, che era una bestiolina viva che mi si strusciava contro la mano per essere accarezzata.
Mi sono svegliata nauseata e triste, e senza la voglia di indagare sui miei sogni.
E allora oggi, per dimostrare a me stessa non so bene cosa, ho finito un certo quadro che in realtà è finito da sei mesi, e sono corsa a comprare il rosso magenta e il giallo e ne ho iniziato uno nuovo. Una allegoria, di conigli  e mangiatori di conigli, e del peggio dei miei pensieri con addosso il vestito della domenica.
17:08 | link | commenti (1)

io io io. A volte per essere sicura di esserci devo tirarmi un pizzicotto.
00:34 | link | commenti (3)
giovedì, 22 gennaio 2009

ready to be heartbroken

Seduta in redazione, avvolta in un maglioncino grigio di cachemir, canticchio i Camera Obscura in aperta ostilità con il mal di testa che mi perseguita da ieri. E faccio risuonare musica indie per tutta la stanza, che se la ascoltino tutti quanti, e se non gli piace si vergognino.

Intanto, mentre me ne sto qui a fare più che altro i fattacci miei, faccio considerazioni sul mondo del lavoro, trovando che sia penoso per due motivi in particolare: il primo è che la maggior parte dei lavori sono assolutamente inutili, il secondo è che la maggior parte delle cose potrebbe essere fatta meglio e con minor dispendio di tempo, ma siccome decidono dei completi idioti è necessario dire che va bene così.
Con ciò non intendo arrabbiarmi, sono solo i miei pensierini sul tema. Pensierini da bambina delle elementari.

Ho trovato nella buchetta una cartolina di Giacomo dagli States, dove egli sostiene di essere il vincitore indiscusso del nostro personalissimo contest  "Trash Postcards". Ebbene, forse ha vinto.

Mentre ieri il cielo del tardopomeriggio si tingeva di rosa, e io appiccicavo la mia faccetta alla finestra, qualcuno mi ha scritto per dirmi di averlo fatto apposta per me.
Ora lo sapete tutti, mi dispiace, ma quel cielo era mio...




13:24 | link | commenti (7)
lunedì, 19 gennaio 2009

Il senso delle cose è una coperta stesa

L'odore delle rose
e' una reazione chimica,
se un giorno lo scoprissi
non l'ameresti piu'?

Fuori dalla finestra c'è Via Oberdan che vive, uomini con il cappotto e donne avvolte da sciarpe. C'è l'edicola, la piazzetta della chiesa, i palazzi giallo pallido e quelli color salmone. C'è la nebbia, anche.
E' l'inverno bolognese in tutta la sua evidenza immateriale. Il suo potere sta in quell'atmosfera assorta e sbiadita che assume tutto quanto, in quel qualcosa, come un'assenza, che ti prende alle spalle e ti ammutolisce. Perchè  a pensarci qui manca tutto, manca la neve e il mare.
Mi manca la domenica pomeriggio passata tra piccoli sonni e baci, giocando a scoprire il mondo su una mappa, assecondando la curiosità bambinesca del cosa ci sia mai in un misterioso paese satellite.

Sarebbe bello andare in letargo fino a marzo, con il piumone sopra la testa e qualcuno che sappia fare le marionette con le dita. Mettere il nasino fuori casa soltanto allo sbocciare delle prime margherite.


14:43 | link | commenti (4)
venerdì, 16 gennaio 2009

0.889507581 British pounds

Sono stanca, ma non riesco nemmeno a dormicchiare oggi pomeriggio.
Persino la cagnetta è nervosa e ogni tanto emette un flebile bau.
Stranamente il mio lavoro di giornalista a titolo gratuito non ha suscitato le risate degli Economisti, ieri sera.
Pensavo di sì, e invece no. Il Dott. Vecellio ha persino sostenuto che per un sogno si può fare, e il Prof. Patrizi non mi ha redarguita in alcun modo, ma si vede che non ci sono più gli economisti di una volta.

Le giornate cominciano ad allungarsi appena appena, il che significa che fa buio alle cinque anzichè alle quattro, una variazione di poco contro per ora.
Prima ho scritto che sono stanca, ma non è vero, non ho fatto altro che stare seduta a scrivere articoli su cose carine e culturali. In realtà sono annoiata, detesto questi pomeriggi di melassa, detesto la lentezza esasperante con cui passano, e detesto il fatto di non essere fuggita a fare fotografie da qualche parte.

Ieri sera stavo per uccidere un ciclista senza fanalino. Però non l'ho ucciso. E' importante da segnalare perchè se l'avessi ucciso oggi sarebbe una pessima giornata, e invece è solo una giornata mediocre.
Poi, siccome sono una ragazza moderna e informata, e mi piace godere delle sciagure economiche degli altri paesi, ho acquistato 5 vestitini molto british da un negozio londinese. Però non sono ancora arrivati.
Tutti mi dicono che ho i capelli lunghissimi quindi  mi sta venendo voglia di tagliarli.
Il caporedattore dice di usare meno avverbi e io ne uso il doppio.

Ho voglia di questo e di quest'altro. Inutile elencare, sono di una banalità quasi accecante.
16:59 | link | commenti (2)
mercoledì, 14 gennaio 2009

ninna nanna

Finito il resoconto praghese, riporto queste pagine sui loro binari.
Il duemilaeotto è stato un anno bellissimo.
Sì, sono successe cose tristi come a tutti, mio malgrado ho frequentato con una certa assiduità il reparto di cardiologia, e ho dovuto ostentare una serenità che non avevo, ma sono cose che si sono risolte e soprattutto sono cose che nella mia mente sono legate ad altre bellissime.
Come una telefonata alle due del mattino, mentre insonne leggevo Scott Fitzgerald.
Come delle notti piene di stelle e poi nebbia.
Come un profumo, che si aggiunge ad una voce e ad un'ombra.
Come qualcuno che ti bacia il nasino.

La laurea ha fatto felice mio nonno, ma i miei successi sono altri, sono certi sguardi, sono i viaggi in cinque paesi dove prima non ero mai stata, è il pagarmi l'università da sola, ed è essere stata capace di certe cose abbastanza incredibili.
Perchè io penso che buona parte delle cose che mi sono successe quest'anno, raccontate, suonerebbero come una sceneggiatura ben riuscita ma puramente immaginaria. E invece è stato tutto vero e nessuno me lo toglierà mai.

A volte, se sono inquieta e voglio un bel pensiero da accarezzare per addormentarmi, tiro fuori una di queste scene incredibili dal cappello magico delle cose belle, e mi metto a giocarci, prestando attenzione ai dettagli, alle frasi, e infine alla meraviglia dell'insieme.
Il duemilaeotto è una ninna nanna da canticchiarsi la notte.
20:55 | link | commenti (2)
martedì, 13 gennaio 2009

Praga, fine.


Il giorno in cui lasciamo Praga, dopo una serata passata allo Chapeau-Enfer Rouge, ci svegliamo in ritardo, ma facciamo in tempo a fare un'ultima meravigliosa colazione al Cafè Louvre, dove l'espresso sembra quasi un espresso vero, lo strudel di mele con crema è buono da mettersi a piangere, e c'è persino il Guardian da leggere. Poi cambiamo buona parte delle corone ceche avanzate in una delle mille agenzie di piazza venceslao, ovviamente con un cambio vergognosamente sfavorevole e alle 13.30 si parte per Vienna.
Siamo nello scompartimento con una coppia di austriaci o forse tedeschi, e una signora più anziana che per tutto il tragitto scrive meticolosi appunti di viaggio. La coppia non sorride mai, non parla mai, mi appaiono come un inno all'infelicità ma magari sono soltanto stanchi o riservati.

Mangiamo i panini che ci siamo fatti la sera prima con le cose comprate da Tesco.
Abbiamo speso l'equivalente di due euro per comprare i panini, il salame, il camembert e l'Edam Cheese.
Poi altri due euro per le patatine a forma di orsetto Pom-Bar. Sono i deliri dell'economia ceca.
Il salame fa schifo, te lo vendono già affettato da chissà quanto e non confezionato, però nel complesso il panino ha una sua dignità, anche se A. continua a dire che sa di renna.

Alle 18 siamo a Vienna Sud, che però non sembra la stessa vienna Sud dell'andata. E' come se tutte le stazioni si fossero divertite a cambiarsi d'abito per farci uno scherzetto.
Compriamo i biglietti della metro, e in venti minuti siamo a Vienna West, da dove dovrebbe partire il nostro bel treno notturno.
E' qui che una gentile signorina dice una parola bruttissima: full. The train is full.
Non è propriamente una buona notizia, anche perchè è sera e per il treno successivo dovremmo aspettare la mattina. Iniziamo a fare congetture e piani segreti, pensiamo ai duemila modi alternativi per tornare in Italia.
A. non so perchè ma si preoccupa per me, io sono tranquilla ma mi dispiace che lui si dispiaccia. Inoltre la stazione di Vienna West è bruttina, c'è un negozio che si chiama Libro libro o qualcosa del genere, un supermercato dove compriamo del pane da mangiucchiare, e una specie di edicola dove troviamo il Corriere della Sera.
Ragioniamo su tutti i piani possibili, e alla fine decidiamo che noi non possiamo stare a Vienna, e che quindi la soluzione è una soltanto: salire sul treno da clandestini.
Il piano geniale è il seguente: salire, prendere un posto qualsiasi di quelli non prenotati almeno nell'immediato, cercare il controllore e chiedere di fare il biglietto a bordo.
Non crediamo che qualcuno possa essere così crudele da farci scendere, nel cuore della notte, in uno sperduto paesino austriaco.
Così, da bravi, saliamo e prendiamo posto in una carrozza pressochè vuota, e nel momento esatto in cui il treno parte, A. va a cercare il controllore. L'uomo è grosso e bonaccione, ci fa i biglietti anche se ci comunica che effettivamente non c'è posto nelle carrozze che arriveranno in Italia. Quella in cui siamo, dice, è vuota soltanto perchè arrivati a Salisburgo verrà staccata dal resto del treno e resterà lì.
Prima di Salisburgo quindi, intorno a mezzanotte e mezza, dovremo spostarci nelle prime carrozze e probabilmente stare in piedi. Non è una cosa molto comoda, ma a noi sembra già un miracolo essere sul treno e restarci.
Prima di Salisburgo prendiamo le nostre cose e per puro miracolo troviamo due posti liberi in una carrozza del notturno. Ci stavano tenendo i piedi sopra gli altri abitanti dello scompartimento, ma senza alcun senso di colpa gli chiediamo di spostarsi.
Ed è così che incontriamo quelli che saranno i compagni di viaggio per tutta la notte, fino a Mestre: una coppietta di brasiliani, e una russa di aspetto giapponese. I brasiliani stanno passando le loro vacanze estive in europa, lui parla solo portoghese brasiliano, mentre lei invece parla fortunatamente inglese. La russa-giapponese, che non si capisce bene che diamine di origini abbia, parla un bell'inglese limpido, e nel giro di cinque minuti siamo tutti coinvolti in una buffa conversazione sui rispettivi paesi, su Vienna, su Praga, sull'Europa eccetera.
E' carino parlarci e sentirli parlare, anche se alle due del mattino vorrei ucciderli tutti quanti perchè sembrano non fermarsi un attimo. Quando finalmente sembra si stia diffondendo un pò di sonno, la russa giapponese tira fuori non so come un discorso sulle macchine e le motociclette, e anche il brasiliano che parla solo portoghese è contentissimo e inizia a dire che lui ha avuto tante FIAC, che la FIAC fa questa macchina e quest'altra...
Loro dicono FIAC, PAVAROCCCHH (Pavarotti), e altre cose da scompisciarsi.

Il treno va lentissimo, si ferma ogni mezzo chilometro a far salire qualcuno, e ogni tanto veniamo svegliati per mostrare i biglietti. Nello scompartimento si sta abbastanza scomodi, il viaggio dell'andata sembra un gran lusso a confronto, e soltanto un colpo di genio del brasiliano, intorno alle quattro del mattino, ci permette di migliorare notevolmente il nostro standard di vita.
Mi addormento più volte, per poi risvegliarmi sempre, e l'ultima volta che questo succede siamo arrivati vicino a Treviso, e un'alba incredibilmente rosa colora il cielo. Sono un  pò allucinata, voglio mostrare quell'alba bellissima ad A., e così scosso un pò la persona affianco a me convinta che sia lui.
Invece sto scossando la brasiliana, lui è di fronte a me, e il brasiliano è affianco a lui con addosso una mascherina per coprirsi dalla luce.

Siamo arrivati, o quasi. Ora è tutto facile, persino troppo. Entriamo nella caffetteria della stazione di Mestre per fare colazione e io continuo per qualche minuto a dire parole in inglese.  A Bologna arriviamo verso le undici del mattino, sono stanca ma in quel modo strano dei ritorni.
Mentre mangiucchio qualcosa di buono e bevo la prima acqua dell'ultima settimana, scopro che in televisione c'è la pubblicità di una nuova suoneria per i telefonini, una specie di inno all'omertà, dove un mafioso dal marcato accento siciliano strizza l'occhio e dice qualcosa tipo  "Io non dico niente ma ti è arrivato messaggio".
Non trovo come un paese possa ridere su qualcosa che ha causato morti e ne causa ancora oggi, con migliaia di famiglie vittime dell'usura, con il silenzio che distrugge i processi, i magistrati assassinati, i testimoni minacciati.
Mi viene la nausea e penso che allora era meglio la Repubblica Ceca, con la sua cancellazione totale degli orrori del passato.


Abbiamo mandato una cartolina a Mario per dirgli che ci dispiace tanto che l'osteria chiuda, e mi domando se gli sia già arrivata e se gli abbia fatto piacere ricevere un pensiero da due sconosciuti all'estero.

Riguardo le fotografie sorridendo.
Mi sembra che sia bella Praga, ma anche che siamo belli noi, con in testa un colbacco e una cuffietta scema.

15:58 | link | commenti (2)
sabato, 10 gennaio 2009

Praga, penultima parte.

 

Facendo il punto della situazione è la sera del 2 gennaio duemilanove, siamo partiti il 28 dicembre quindi siamo a Praga da 5 giorni. Abbiamo consolidato le nostre abitudini e personalmente ci sguazzo dentro meravigliosamente. Siamo contenti e riposati, perchè non abbiamo fatto del turismo di quantità ma di qualità, e ragioniamo nell'ottica che se non vedremo qualcosa sarà un buon motivo per tornare a Praga.
Viviamo in casa con il francese e i due studenti albanesi, e se con i due fratelli albanesi l'interazione è ridotta ad accidentali incontri in cucina, il francese non si è proprio mai visto.
Una notte ho visto la luce della sua stanza accesa, quindi so che c'è, ma è una specie di fantasma inesistente. Iniziamo a fare congetture sulla sua reale identità. Quando mangia? Quando va a farsi la doccia? .
Non si può dire che i coinquilini ci diano fastidio.
Oltre all'abitudine di chiudersi in camera appena varchiamo la soglia di casa, hanno il frigo vuoto, non usano lo scottex, e sembrano vivere di cetrioli. Poi scopriamo che fanno un'altra cosa meravigliosa: lavano decine e decine di paia di calzini tutti insieme (lo faranno 3-4 volte all'anno?), poi li mettono tutti infilati nelle fessure del termosifone ad asciugare. Un giorno è comparso ai nostri occhi questo termosifone stipato di un centinaio di calzetti tutti appallottolati, e io sia stramaledetta per non averlo fotografato perchè era bellissimo.

Quindi il due di gennaio siamo ormai abituati agli inquilini e a tante altre cose, non beviamo acqua da tempo immemorabile avendo sviluppato una insana passione per la birra ceca, mangiamo molto bene anche se con un chiaro sovradosaggio di proteine animali, e stiamo scattando un numero indecente di fotografie.
L'unica cosa che ci manca è un pò di buona musica, perchè a parte il miniscolo miracolo dei Belle&Sebastian dentro alla libreria inglese e i canti popolari da fisarmonica, non c'è stato verso di sentire una nota decente.
E' così, con ingenuità, che finiamo alla serata anni '80-'90 del Lucerna.
Per entrare si paga un centinaio di corone, 4 euro o giù di lì, il guardaroba ne costa 20 (80 centesimi?), e il locale è su due piani di cui uno è fatto solo per sbirciare la gente in pista.

Entriamo ed è panico immediato.
E' la Macarena, questa? E questo è veramente Mambo n.5? Stanno realmente ballando e cantando Ricky Martin? C'è nell'aria un'ignoranza letale, ma non in senso buono.
Un gruppo di ragazzi inglesi entra e compare immediatamente sul loro volto una faccia terrorizzata.
Un altro arriva con la ragazza e si mette le mani nei capelli per la disperazione.
Brit Pop? L'inghilterra degli anni ottanta???
Io mi metterei a piangere ma poi succede qualcosa che cambia tutto: parte Mamma Maria dei RICCHI E POVERI, sul  megaschermo scorre persino il video, e la gente è contentissima e canta a squarciagola in italiano-ceco

...un gatto bianco con gli occhi bluuuu!!
un vecchio vaso sulla tivùùù!!




Guardo A., lui mi guarda, ridiamo e ci viene in mente come un fulmine a ciel sereno Tatranky degli Offlaga, ci diamo degli idioti per non aver capito prima, e decidiamo (decidiamo) che tutto ciò è talmente brutto da essere praticamente  bellissimo.
Passiamo il resto della notte sculettando, bevendo birra, e additando con pochissima buona educazione tutta la gente presente. La situazione musicale migliora un pò, e ci vengono elargiti i Queen e persino la persecuzione di tutti i nostri viaggi: i Depeche Mode.
Soltanto verso le due, dopo Barbie Girl e non so che altro, cediamo. O almeno, io cedo.
Non fumo e ho fumato 4 sigarette, ho bevuto due birre, abbiamo fotografato un pò di "raffinate" donne russe-ceche. Può bastare, anche se dentro di me so che una serata così trash è impagabile.

La mattina dopo splende il sole, il termometro segna -7° C, ed è il nostro ultimo giorno di vita praghese. Prendiamo la funicolare che porta alla bellissima collina di
Petřín, sulla cui cima c'è la torre Petrínská rozhledna una copia della tour Eiffel costruita a Praga nel 1891 in occasione di non ricordo quale esposizione. La collina è un enorme parco con vista sulla città, e penso che d'estate deve essere davvero bello venire quassù a prendere un pò d'aria fresca. Saliamo sulla torre e vediamo quella che è probabilmente la vista di Praga più alta che si possa avere, e sotto il sole la città con i tetti bianchi è un incanto. Poi ci incamminiamo per un sentiero che costeggia il parco e arriva fino alla collina del castello, e durante questo tragitto facciamo una mini gara di corsa con un bambino di sei anni che non sa perdere e ci fa una linguaccia terribile.
Arriviamo al Monastero di Strahov dove entriamo per vedere le due meravigliose biblioteche dei monaci, e all'ingresso l'addetta alla biglietteria ci pone una strana domanda: "Intendete fare fotografie?". Getto uno sguardo ad A. che ha appesa al collo la poco discreta Canon e che con una spudoratezza inaudita sta dicendo che non intendiamo fare fotografie. Paghiamo le 50 corone del biglietto studenti e nel fare questo ci accorgiamo che sono previste ulteriori 50 corone nel caso uno voglia scattare le benedette fotografie.
Mi sembra una cosa assai buffa. Intanto saliamo e, tra fossili e altre diavolerie essiccate, ci troviamo davanti la bellezza sconcertante della Sala Filosofica e della Sala Teologica. Quest'ultima poi, è bella da commuovere, con i mappamondi di legno che perderei una giornata a guardarli.
Non ci è chiaro quale sia il segno di riconoscimento per chi ha pagato il biglietto anche per la macchina fotografica, ma deve essere una cosa molto evidente perchè una ragazza che evidentemente non lo possiede viene cazziata di brutto da una delle signore addette al controllo delle sale. Noi approfittiamo di questo momento per scattare fotografie a casaccio, fingendo una tragica tosse per coprire il cickcick della reflex. Tutto questo traffico segreto mi fa sentire una bandita e la cosa mi piace moltissimo.

Dalla collina del castello dobbiamo scendere fino alla città vecchia, sta tramontando il sole e una luce rosa tinge il cielo. Passano stormi di uccelli neri, come esuli pensieri nel vespero migrar. Che mi venga in mente Carducci a Praga è una vera indecenza e taccio la cosa al mio compagno di viaggio (ora però lo saprà, temo).
Fa freddo e ci fermiamo a bere dello svaràk bollente, che è una sorta di vin brulè che scalda tantissimo e che viene venduto in moltissimi banchetti ad ogni angolo di strada.
Sono circa le cinque del pomeriggio, il tramonto rosa continua e tinge il fiume, so che domani dobbiamo partire ma mi sento felice ugualmente. E' andato tutto così bene, è stato un meraviglioso inizio d'anno.

Improvvisamente bisogna pensare alle cose da fare, allo zaino da ricostruire in un qualche modo inventando spazio per tutte le scemate che ci siamo comprati e i boccali di birra rubati, alle cose da mangiare per il lungo viaggio che ci aspetta, alle cartoline da imbucare...
Non mi dispiace partire, ma vorrei non fosse per tornare a casa. O forse vorrei tornare a casa sapendo di ripartire due giorni dopo per un qualsiasi altro luogo. Vorrei tornare per andarmene ancora. E poi tornare e via così, ma forse non si può, non può essere sempre una partenza.

Ho quasi finito.











13:34 | link | commenti
venerdì, 09 gennaio 2009

Praga, parte quarta.

 
E' il 2 gennaio, sono le quattordici circa, e aver dormito mille mila ore ci bendispone ad affrontare una questione importante: vogliamo noi tornare a casa, prima o poi? Lo vogliamo, sì, anche se non nell'immediato. Allora raggiungiamo la stazione ferroviaria Praha hlavní nádraží , che non è quella del nostro arrivo ma è più centrale.

Siamo prevenuti e un pò preoccupati perchè quando siamo venuti l'altro giorno è stato subito un gran casino: non si capiva niente, la stazione è fatta male, ci sono cinquemila uffici informazioni dove però ti dicono che le informazioni le devi chiedere da un'altra parte, al piano di sopra, al piano di sotto, no al piano di sopra, non qui, di là, non qua, non da me, io non parlo inglese, vada laggiù. Infine avevamo trovato la biglietteria internazionale, dove c'era una fila colossale su due sportelli, e ci eravamo messi in coda in quello che ostentava i simboli delle carte di credito.
Dopo mezzora di fila avevamo scoperto che lo sportello che ostentava i simboli delle carte di credito momentaneamente non accettava carte di credito. Giusto. Rifare la coda dall'altra parte.
Arrivati al dunque ci eravamo sentiti dire che il treno che noi avevamo intenzione di prendere non esisteva. O meglio, per loro non esisteva. "Non lo vedo", "Non esiste". Noi sappiamo che e' impossibile, perchè da Sturbucks tra un caffè e una fettina di torta ci siamo segnati quegli orari controllando i dati di Trenitalia e delle ferrovie austriache, ma i cechi non lasciano spazio alle tue incredulità, per loro il treno non esiste, punto.

Dopo un giorno di congetture sul perchè e il per come, avevamo capito che per loro quel treno non esisteva semplicemente perchè arrivati a Vienna era necessario cambiare autonomamente stazione ferroviaria da Sud a West, e quindi non risultava come collegamento.
Quest'oggi, quindi, ci facciamo furbi e  ci facciamo fare il semplice biglietto Praga-Vienna per il 4 dicembre, contando di acquistare quello Vienna-Venezia arrivati in Austria.
Ovviamente era come immaginato, questo treno esiste e il biglietto ci viene fatto.
A. lo mette in tasca, sorride e dice che al peggio resteremo un pò a Vienna, io sorrido, dico che non sarebbe male affatto, anche se non credo realmente che possa succedere.

Risolta una parte delle nostre questioni burocratiche possiamo tornare ai nostri giretti, oltretutto ci siamo accorti che Praga non è piccola per niente, che ci sono miliardi di cose da vedere e che i nostri dormini di quindici ore ci hanno tolto tempo.
Andiamo in cerca del Museo del Comunismo, intendendo museo del comunismo in piena accezione ceca: ovvero il museo di quella merda che è stata l'oppressione sovietica.
La Lonely planet dice che si trova in un palazzo fatiscente affianco a piazza Venceslao, ma a noi sembra di non vedere nessunissimo palazzo fatiscente. In effetti non c'è, almeno esternamente, ed è invece in un interno di un palazzo belle epoque come molti altri, però rovinato da negozi trendy e altre diavolerie. Il simbolo del museo è una matrioska con la faccia cattiva, e per arrivarci bisogna salire uno scalone che somiglia a quello di un palazzo della Bologna bene. Arrivati in cima allo scalone un cartello con due frecce indica CASINO' a sinistra e MUSEO a destra.
Il Museo del Comunismo di fronte ad un casinò? Questa è satira, dannazione.
Facciamo il biglietto studenti che costa 50 corone, visto che il badge dell'Università di Bologna viene accettato in tutto il mondo (tranne a Treviso), ed entriamo in quella che dovrebbe essere la Cecoslovacchia di qualche anno fa. C'è un ammasso incredibile di cimeli trash, A. mi scatta una foto tra il busto di Lenin e una statua di Marx formato gigante, sono perplessa. L'unica cosa che mi colpisce veramente di tutto il museo è un filmato che viene proiettato a ripetizione in una saletta buia, dove musiche tristi accompagnano le immagini delle rivolte, della Primavera, del crollo del regime.
Ecco, io cercavo questo a Praga, lo cercavo nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Ma devo constatare che non esiste più, se non in un filmato proiettato in un museo che ha di fianco un casinò.
Per la prima volta mi viene in mente la canzone degli Offlaga Disco Pax. Le strade della capitale ceca non hanno più niente che rappresenti quei decenni, non ci sono statue, non ci sono simboli, non ci sono nemmeno targhe. Qualche via ha il nome che ricorda una data, o un protagonista, ma un turista nemmeno se ne accorge.
Quel che ti viene sbattuta in faccia è la Praga imperiale, la praga della magnificenza asburgica, e quella dei meravigliosi caffè anni '30. E' più facile trovare tracce di secoli fa che dei decenni appena passati, e questo è incredibile. E' come se ci fosse un vuoto di cinquant'anni che il paese ha voluto scordare, cosa che mi appare comprensibile ma anche triste.

Quando più tardi camminiamo tra le vetrine al neon di piazza Venceslao,  A., che deve aver rimurginato cose simili, mi dice: "Non è incredibile che questa sia la stessa piazza dove quei ragazzi del filmato si facevano massacrare per la libertà?". Annuisco e mi guardo intorno: hotel a cinque stelle, il palazzo a cinque piani di una discoteca che piace solo ai tamarri italiani, paninari, centinaia di agenzie di cambio. E la gente. Che poi la gente di Praga sembra non esserci, ma magari è solo un'impressione. Quei pochi che riconosci ti sembrano un pò volgari e superficiali, come se avessero assunto i peggiori difetti dei peggiori visitatori occidentali che hanno avuto.

Poi magari c'è la ragazza di un negozio di pupazzi fatti a mano che è talmente gentile che te la porteresti a casa. E magari c'è la cameriera del caffè del Municipio che ha l'aria stanca e le diresti di sedersi.
C'è di tutto, a Praga, ma se proprio dovessi esprimere un'opinione qualunquista sui cechi (senza ambire a dire qualcosa di vero o giusto) direi che sono asciutti, quasi sgarbati, e che forse hanno semplicemente voglia di fare anche loro un pò della vita banalmente superficiale che le nostre metropoli ci offrono da decenni.


Nel frattempo, fra questi giri e questi pensieri di sociologia spicciola, è venuta sera e ha cominciato a nevicare. Ne siamo felici, è bella la neve su Praga, e non ti fa nemmeno venire voglia di chiuderti da qualche parte. Anzi, già che ci siamo saliamo sulla torre della città vecchia, percorrendo una pedana a chiocciola moderna e ben fatta. Arriviamo in cima e sotto c'è la città illuminata che pian piano si copre di bianco, i fiocchi ci arrivano in faccia, è una sensazione piacevole e non so perchè ma lassù fa persino caldo. Ci sbaciucchiamo sbirciando i tetti e quelli che somigliano moltissimo a dei boulevardes parigini, scattiamo foto e perdiamo tempo.
Ceniamo in un ristorante ampiamente consigliato da una marea di persone. E' imbucato in una zona centralissima ma un pò nascosta, si chiama Restaurace U Knihovny, pare si mangi benissimo e a prezzi molto contenuti. Lo troviamo, è un posto normalissimo, non bello come certi altri, ma ci offrirà la serata gastronomicamente migliore di tutta la nostra permanenza.
Siccome costa una miseria ci facciamo prendere dall'entusiasmo e ordiniamo due antipasti da dividere e due piatti principali, più le crocchette di patate che a Praga fanno ovunque e i gnocchi di pane, anch'essi tipici.
Dopo il camembert fritto annegato di salsa di mirtilli (eccezionale), e il mix di formaggi, io sono già stesa. Arriva tutto il resto e mi viene da piangere. Come farò? Cerco di ingozzare A., ma anche lui è pieno. Guardo con tristezza il mio meraviglioso piatto di carne e salsine, le crocchette, i gnocchetti... Mi prende un orribile senso di colpa, penso ai bambini africani, ai bambini cecoslovacchi dell'epoca comunista, alla guerra, alle razioni K... una tragedia immensa! Una tragedia che però ci costa assai poco.
Usciamo sconfitti ma contenti, e ci accorgiamo che qualcuno ha scritto sulla neve "Good Food"  indicando con una freccia il ristorante;  la solidarietà tra turisti può essere molto commovente.

Quella che segue la mangiata colossale non è stata una serata normale: è stata la serata del Lucerna.
La questione non è semplice come sembra, non abbiamo semplicemente scazzato posto, non abbiamo semplicemente mal valutato un locale.
Tutto è cominciato nei pochi giorni che sono intercorsi tra il momento in cui A. mi ha sottoposto un biglietto con una foto di Praga, una data di partenza imminente, un enorme punto interrogativo a indicare l'assenza di un ritorno, e in fondo la sibillina domanda "Accetta?"
Tralasciando la parte scontata in cui io rispondo, sono cominciati tre giorni di infruttuose ricerche circa serate indie, concerti indie, locali vagamente indie, o anche solo vagamente alternativi in quel di Praga. Non troviamo niente, ma pensiamo che magari arrivati in Repubblica Ceca ci saremmo impossessati di uno di quei bellissimi giornaletti che tutte le città del mondo possiedono, del genere Praha 2Night, What to do in Praha, e che lì ci sarebbe sicuramente stato qualcosa per noi.
Purtroppo no. Niente giornaletti, niente concertini indie, niente musica alternativa, niente di niente di niente. Solo house, discoteche tamarre e un pò di pessimo hip hop.

Ed è così che ci facciamo abbindolare dalla prima cosa che non includa la parola house o la parola Hip Hop: la famigerata serata anni '80-'90 al Lucerna. La Lonely Planet peggiora le cose sentenziando che "sarà come essere nella Londra degli anni '80".
Pensiamo: "Sticazzi! I Cure, I New Order...al peggio del peggio il brit pop! Andiamo!"

Dimentichiamo una sola cosa, l'unica importante: la canzone Tatranky degli Offlaga Disco Pax.

(...)

18:15 | link | commenti
giovedì, 08 gennaio 2009

Praga, parte terza

   
Temo di doverla finire con questo resoconto giornaliero della mia vita praghese, o questo pseudoracconto di viaggio diventerà un vero racconto di viaggio, un racconto di cui non frega niente a nessuno per altro.
Perciò temo di dover riassumere ancora di più di quanto già non stia facendo, e quindi irrimediabilmente ignorare fatti e posti. Ma come si fa? Come si fa a non parlare di come ci si sente a fare colazione alle due del pomeriggio alla Obecní dům, immensa sala da the belle epoque al piano terra del Municipio di Praga? Pianoforte e tromba che accompagnano il walzer dei camerieri in livrea, fette di torta, strudel caldo con pallina di gelato, l'atmosfera grandiosa e i lampadari immensi. E così arriva il cameriere e dice "Sir" e "Madam", e tu metti su una tale faccetta da nobiltà fin de siècle che solo per quella Marx ti avrebbe fatto impiccare, però sei una nobildonna cortese che dice thank'you tante volte e lascia cospicua mancia, e anche il Sir è un Sir di tutto rispetto, e ti piace come fuma la sua sigaretta, e ti piace persino come beve il caffè.
E' la sera dell'ultimo dell'anno, a Praga fa sempre più freddo, compro la cuffietta, torniamo da Sturbucks e verifichiamo se effettivamente l'unica musica ascoltabile in Repubblica Ceca è la house. E sì, è la house.
Facciamo un dormino che dura fino alle ventitre circa, giusto in tempo per correre in piazza Venceslao a vedere i fuochi d'artificio della mezzanotte. La lunga piazza di Praga è stipata di persone, ma soprattutto sembra una specie di campo di battaglia in cui centinaia di persone fanno esplodere fuochi di proporzione spaventosa. Delle specie di bombe in mezzo alla folla, una cosa mai vista, da fare invidia a qualunque capodanno cinese. In tutto questo bum bam bom la mezzanotte arriva e nemmeno si nota la differenza, è un continuum di scoppi e colori e riflessi sugli immensi palazzi barocchi degli hotel di lusso.
Abbiamo un sigaro e uno spumante Bohemian Sekt comprato da Tesco in grande offerta. E' delizioso, o non lo so, magari semplicemente mi appare delizioso, ma la sostanza è la stessa.
Acquistiamo due spicchi di pizza con pollo, una cosa che a pensarci adesso ho i brividi, gironzoliamo, evitiamo locali, entriamo in un locale dove un australiano ci impezza e continua a ripetere che lui e la sua ragazza vivono a Londra, poi si imbarca in discorsi strani, di cui verso la fine perdo il filo. A. annuisce dicendo "si si..." il che mi rassicura moltissimo, nonostante io non abbia compreso quale sia il soggetto della frase.
Continuiamo la serata in un bar che batte bandiera australiana, sulla cui porta compare Dino che a Bologna non vedo mai e che fa ridere incontrare in Repubblica Ceca. Ci confidiamo un disperato amore per i trldo e un colpo di fulmine con Praga tutta.
A. ha in testa un colbacco bellissimo, praticamente non beviamo acqua da due giorni, io vengo immortalata dal fotografo del locale che mi dice qualcosa in ceco.
Sono quasi le quattro del mattino, rubiamo un boccale, ed inizia così il duemilaenove.

 

La mattina dopo ci svegliamo a orari indecenti, il cielo è grigio e il termometro segna -5° centrigradi. Mentre percorriamo il ponte che va a Mala Strana vedo nuotare nel fiume qualcosa che ad una prima occhiata mi sembra una enorme anatra. Ci affacciamo e vediamo un'altra enorme papera dalle fattezze umane emergere dall'acqua e risalire l'argine. E' un uomo nudo, con la pelle viola dal freddo, e anche l'altra papera è in realtà un uomo! Nello stradellino li attendono dei bambini vestiti con le tute da sci, e degli adulti di cui alcuni intenti ad asciugarsi e rivestirsi. Una signora insospettabile si china e mostra il sedere nudo, A. scatta una foto, l'Ercule che è emerso poco prima dalle acque si è messo a correre avanti e indietro (sempre nudo). 
Visitiamo Kampa, andiamo in stazione e scopriamo che tornare a casa è improvvisamente molto complicato ma confidiamo di rimediare il giorno dopo; intanto, siccome il primo pessimo incontro con i dipendenti delle ferrovie ceche ci ha stremati, mangiamo una schifezza locale che ha tutto l'aspetto di una crescentina fritta con sopra il ketchup, e ci ritiriamo per un breve dormino precena. Sono le 21 circa.

Ci risvegliamo quindici ore dopo, ho sognato l'impossibile, A. ha sognato i Pooh che gli rubavano l'idea per una canzone (o qualcosa del genere) più, sostiene, tutte le persone che conosce.
A. indossa i pantaloni normali e la maglia del pigiama e io ho mezzo pigiama e mezzo no.
Siamo un pò schifati da noi stessi e un pò orgogliosissimi.

Giuro che finisco.

19:17 | link | commenti (4)
mercoledì, 07 gennaio 2009

Praga, parte seconda.


E' la nostra prima mattina praghese, ci svegliamo tardi anche se da ore entra una bella luce dalle enormi finestre senza tapparelle (il giorno in cui capirò perchè al nord nessuno, e dico NESSUNO, abbia le tapparelle o un qualche oscuratore di luce decente forse capirò tutto del mondo, per ora il dilemma resta insolvibile).
La stanza è enorme, ha il parquet a terra, ed è fredda nonostante i doppi vetri. Entrano spiragli in qua e in là, e restare sommersi nel piumone è un piacere inenarrabile.
Usciamo e splende il sole, il cielo è azzurro limpido, non fa neppure particolarmente freddo.
Siamo a poche centinaia di metri dalla riva della Moldava, e girando l'angolo che da Národní sbuca sul lungofiume Smetanovo nábřeží ci ritroviamo tutta la collina di Malá Strana davanti, con il castello, i tetti rossi e appuntiti e i bateau ancorati.
E' una visione spettacolare, che lascia incantati, e che per una attimo ti fa domandare perchè mai sei stata lontana da Praga per tutta la tua intera vita. In tutto questo splendore stona soltanto l'ammasso informe dei turisti, e in particolare stona il sentire continuamente frasi cretine pronunciate in dialetti italiani che risultano molto meno comprensibili di certe lingue straniere.
Li fucileresti, gli italiani all'estero. E non importa se anche tu sei un dannatissimo italiano all'estero, perchè tu non ti senti così.

(Un giorno, in piazza Venceslao, avvistiamo un connazionale urlare alla venditrice dei panini di volerne "UNO CON LA SALSICCIA!" (in italiano). Non compreso, il connazionale ha messo su la faccia di uno che debba suo malgrado avere a che fare con una deficiente, ha alzato moltissimo la voce e ha sillabato "U-NO-CON-LA-SAL-SIC-CIA!!!!". Ne restiamo quasi ammirati)

Saliamo verso il castello, vediamo il cambio della guardia, incontriamo una coppia di sposi vestiti con gusto tutto ceco, quindi dubbio, ma è bello vederli brindare insieme a poche persone con del vino caldo, sulla terrazza che domina la città. Ci viene una fame diabolica, ci infiliamo in una birreria nei dintorni del castello che non ha per nulla un aspetto pretenzioso, non vogliamo farci fregare dai posti per turisti e invece ci siamo ingenuamente infilati nel classico posto per turisti. Beviamo una birra tenendo la stufetta elettrica puntata in faccia perchè inizia a fare freddo, ci sono degli strani wurstel annegati in un liquido che mi ricorda la formalina, prendiamo due pankakes che ci moltiplicano la fame, andiamo a pagare e non capiamo. Abbiamo speso l'equivalente di quindici euro, una cifra semplicemente esagerata, e l'oste del posto non pretenzioso si è autonomamente aggiunto un 19% di mancia.
Imparo la prima lezione praghese: i praghesi dentro di sè detestano i turisti e li vogliono spremere. I praghesi che ti dicono buongiorno e buon appetito nella tua lingua, ti si vogliono proprio inculare.
Torniamo al castello, che è talmente immenso da sembrare una specie di città a sè stante, con vie, casette, chiese. Entriamo al museo dei giocattoli per scaldarci un pò perchè si congela, nella piazza della chiesa un ragazzo coreano o giù di lì mette in posizione la macchina per un autoscatto, la aziona e poi corre a mettersi un posa. E' una scena buffissima.
Io inizio a farneticare circa l'acquisto assolutamente irrimandabile di una cuffia o di un colbacco, ma me ne dimentico un pochino quando scendiamo alla città vecchia e ci ritroviamo circondati da quella meraviglia che è la piazza centrale. C'è un castello che sembra quello della Disney, palazzi barocchi e liberty, una torre scura e altissima. Ci sono bancarelle piene di cibo dall'aspetto invitantissimo, tutti mangiano questi benedetti
trdlo che sono persino appesi in formato gigante sopra le nostre teste. E' il paradiso di qualsiasi amante delle città nordiche, è un pò Germania e un pò Stoccolma, un pò secession e un pò paese delle fiabe.

Poi iniziano i giretti per le stradine lastricate di ciottoli, tramonta il sole, la città si illumina, e in una piccola piazzetta troviamo l'Anagram Bookshop, una libreria dall'aspetto amabile. Entriamo, e le note di una canzone dei Belle & Sebastian mi allargano un sorriso scemo.
Guardo A. guardarmi, è l'inizio di tutto che torna a trovarci, in una minuscola libreria inglese in Repubblica Ceca. Meraviglia.
Compro un blocco per scrivere fatto a mano, dipinto con un uccellino azzurro, al cui interno sono stati inseriti articoli di giornali, pagine di un libro, e persino una busta affrancata 1989, spedita ad un signore di nome Edmund Slàmo, Petra Velikého 4, Karlsbad.
La luna si appollaia sopra i tetti, su uno sfondo blu presepe. Visitiamo negozi di giocattoli di legno con l'aria di due bambini, entriamo da Starbucks dove con l'ipod ci connettiamo al wifi disperando alla ricerca di un qualche locale indie. Non ne troviamo mai.
Prendiamo una serie di abitudini che ci accompagneranno per tutti i giorni a venire, primo fra tutti il dormino precena delle 18,00, cioè la cosa più bella mai esistita.
Ci risvegliamo a orari in cui i cechi hanno ampiamente finito di cenare e andiamo al U Fleku, una delle birrerie più antiche di Praga, un posto immenso, con tantissime sale e persino una sorta di corte interna. Credevo che i pub di Dublino fossero i più grandi dell'universo, ma non era così.
C'è un'atmosfera spettacolare, ci si siede in enormi tavoloni da osteria, gomito a gomito con gente sconosciuta di duemila nazionalità diverse. C'è un gruppo di italiani che continua a urlare che un certo Roberto avrebbe pagato per tutti, una signora dall'aspetto tedesco si appassiona particolarmente e urla anche lei che Roberto avrebbe pagato da bere, tutti urlano, tutti ridono, i suonatori fanno da base a questo coretto del Roberto che paga. Roberto compie gli anni ed è probabilmente ubriaco.
Al Fleku non puoi scegliere, ti siedi e ti viene portato un
boccale di una birra scura e molto buona che producono loro. Finita la birra, te ne viene portata senza che tu possa apporre resistenza, poi un'altra e così via all'infinito, a meno che tu non sappia che quando non ne desideri più devi mettere il sottobicchiere sopra il boccale, in segno di evidente resa.
Si mangiano salsicce e gulash, su cui viene adagiata una pagnotta di pane, e il tutto è accompagnato da una salsa al rafano dal sapore inquietante e fortissimo. A. ha il raffreddore, la assaggia e guarisce per almeno dieci minuti...è una panacea per le vie respiratorie, una specie di medicina primordiale, che non capisci se ti piace o se ti faccia schifo.
E' incredibile come tutti siano contenti, c'è un gran casino tra grida e fisarmonica, tutti fumano e fumo anche io perchè mi viene voglia, c'è una coltre di nebbia e una gran allegria. Anche io sono allegra, A. è allegro, persino la macchina fotografica è allegra.
Tornando a casa ci accorgiamo che nella nostra via c'è un palazzo con sopra il tetto delle statue dalle fattezze umane la cui testa è un lampione tondo.
 
Praga mi piace da morire.










16:39 | link | commenti (1)

Praga, parte prima

E' la notte della partenza e io sono in fermento da ore: il treno notturno mi appare come un luogo eccitante e pieno di possibilità, e il viaggio somiglia nella mia testa ad una meravigliosa avventura.
 Sono le dieci di sera, ci vorrà una notte intera per arrivare a Vienna, e io ne sono entusiasta, immaginando ore ed ore di pensieri e sogni, cullata dallo sferrragliare sulle rotaie.
  Sistemiamo gli zaini sopra i letti, A. saltella per il treno mentre io gli scatto fotografie sceme, esploriamo il mondo compreso tra i dieci metri a destra e i dieci metri a sinistra della cuccetta che condividiamo con due ragazzi di Firenze che sleggiucchiano una guida di Vienna. Torniamo dentro e ci sediamo.
  Mi sfilo gli stivaletti e incrocio le gambe neanche avessi cinque anni, parlottiamo, immaginiamo, sorridiamo, e infine ci addormentiamo appiccicati sullo stesso strettissimo letto.
Mi risveglio alle cinque del mattino, e sono finita non so come sul letto di sopra. Ho freddo e guardando fuori vedo scorrere una strada che costeggia la ferrovia: è tutto bianco di neve, persino il distributore di benzina, ma dove non ci sono lampioni è come annegare in un mare d'inchiostro. Scrivo qualche riga, tutti dormono, riappoggio la testa sul microcuscino sottiletta fornito dalle ferrovie austriache e mi riaddormento.
La mattina apro gli occhi e sono, non so come, di nuovo al piano di sotto, appiccicata ad A.
Scendiamo a Vienna dove dobbiamo prendere il treno per Praga e nella sala d'aspetto della stazione risuona un gigantesco e italianissimo "VAF-FAN-CU-LO!!" di cui non mi riuscirà di scovare l'origine.
La signora austriaca addetta alla toilette è grassa e fuma come un omaccione. Riscuote i miei 50 centesimi con la faccia più cattiva che io abbia mai visto, poi, siccome sbaglio e mi infilo in quella riservata ai fumatori, lei mi insegue e mi sgrida in tedesco strettissimo.
Vienna inizia a starmi un pò sul cazzo, però sono talmente contenta che faccio finta di nulla (al ritorno capirò che ero stata ingenua: Vienna DOVEVA starmi sul cazzo, solo che ancora non lo sapevo).
Seguono ore di viaggio tra campi giallo pallido, cascine di legno lungo il fiume, improvvisi agglomerati abitativi creati da un'edilizia assai poco illuminata, il tutto sotto un sole promettente.
La Boemia mi scorre davanti agli occhi, scrivo, ascolto Yeah Yeah Yeah Song dei Flaming Lips che mi appare miracolosa, A. disegna cagnetti cinesi, e i cinesi veri affianco a noi mangiano panini con la cotoletta che normalmente mi farebbero vomitare ma in questo specifico momento mi fanno invidia.
Arrivati a Praga prelevo al bancomat 6000 corone ceche e mi sento ricchissima, solo che nessuno al mondo vuole cambiarci banconote da 1000 corone e allora penso che essere ricchissimi è come essere poverissimi perchè non possiamo fare niente di niente, nemmeno comprare un bigliettino per la metro. Con lieve fastidio siamo costretti a cambiare i soldi al Mac Donalds comprando french fries di cui non abbiamo nemmeno troppa voglia: è la globalizzazione che ci viene in soccorso e fa un effetto strano.
Quella che sarà la nostra casa praghese è al numero 6 di una piccola strada ciottolosa che si chiama Voršilská, nel centro più centro della città, tra la Nunziatura apostolica e l'ambasciata messicana.
Tereza, l'affittatrice di camere in nero, ci aspetta davanti al portone fumando nervosamente, ci mostra l'appartamento e con modi frettolosi ci informa c
he i nostri coinquilini sono un francese e due studenti albanesi. Simpaticissimi, dice. Nei giorni successivi, davanti al buffo fenomeno di porte che si chiudono rumorosamente e con un tempismo eccellente al nostro semplice ingresso in casa, considero che il concetto di simpatia è qualcosa di molto molto soggettivo.
Ma chissenefrega, è il 29 dicembre e mi sembra che Praga sia ai miei piedi.
Ceniamo al Hostinec U Kalicha, il luogo dove sono iniziate le avventure del buon soldato Švejk nel romanzo di Jaroslav Hašek. Io sono affascinata da tutto quanto, il locale è pienissimo, tutti bevono birra ceca eccellente e ridono forte, la carne annegata di salsa ai funghi è deliziosa.
Lo guardo e sono felice. Ho in mente le luci, i ponti sulla Moldava, i caffè belle epoque, le stradine silenziose, e tutti i giorni a venire da spendere nel migliore dei modi possibili.
Non avere un biglietto di ritorno mi sembra un'idea meravigliosa.
01:15 | link | commenti (2)

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