
Comunque sono innamorata. L'ho scritto, eccole, le due parole. Con il comunque sono tre, ma insomma.
E ora posso di nuovo scrivere e dire che sto per mettermi a piangere, perchè questo esame mi sembra una insormontabile montagna che alla fine di tutto si abbatterà su di me, e la cosa è francamente ridicola. Torno a studiare.

Seduta al tavolino all'aperto del bar di Strada Maggiore, con davanti un pessimo caffè che a confronto con quelli Finlandesi è una gran bontà, leggo su Repubblica Rumiz citare Chagall, e intanto penso alle contrabbandiere sul confine polacco, penso all'Est, penso che è bello risentire un profumo dopo giorni in cui non lo senti, penso che avrei voglia di rifare il mio zaino con Bau appeso fuori e ripartire.
Ho voglia di quelle cose semplici che fanno la vita bella. Tra queste sono annoverate le bolle di sapone, e due occhi che sono felici di rivederti, mentre certamente non rientrano nella categoria gli esercizietti di economia.
Tornata, avvolta di pensieri d'ogni sorta, ho sentito la voglia fortissima di salutare la città con un immenso abbraccio metaforico. 
vali, l'imitazione di un'alce, dormire col piumone, gli occhiali maragli, tirare con l'arco le stradine di Tallinn piene di caffè che quasi mi commuovo, i risvegli, la gente all'aeroporto, la poltrona massaggiante, i pelmeni, le coperte colorate per stare nei tavolini all'aperto, i castelli che sembra di stare a Mosca, le spilline sovietiche, i negozi sovietici, i reperti sovietici, gli aerei da guerra sovietici, i missili sovietici, i sovietici che hanno rotto. Ho sulle spalle la grave responsabilità di una piccola vita vegetale, o almeno la avrò per altri cinque giorni, quando un aereo luccicante (sarà luccicante, lo so!) mi porterà in Finlandia passando per Copenhagen.
Dopodichè, tra traghetti che attraversano il golfo, bus e mongolfiere, a 200 km da Leningrado, ho l'impressione che sarà tutto clamorosamente chiaro.
